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Superfrutti: quanto ne sanno le famiglie italiane?

Una delle più notevoli innovazioni alimentari degli anni 2000 è la scoperta e la valorizzazione dei cosiddetti “superfrutti”: l’insieme di prodotti vegetali (succhi, semi, farine, tuberi, infiorescenze, ecc.) apportatori di benefici preventivi, protettivi o terapeutici (almeno secondo una vasta letteratura in costante evoluzione) superiori a quelli dei prodotti ortofrutticoli normalmente consumati.

Il tipico limite del nostro paese è costituito dalla politica commerciale adottata dalla GDO. L’inserimento asimmetrico dei superfrutti nel repertorio alimentare delle famiglie genera tendenze confusive (in termini di penetrazione, di chiara comprensione delle varie funzionalità, di occasioni di consumo, ecc.). Insomma, questo processo, indubbiamente molto interessante e profittevole, sta avvenendo più per imitazione che per reali e coordinate strategie di marketing.

 

Esistono differenze profonde tra le voci assortimentali dal punto di vista della loro fruizione. Ad esempio, tutte le berry (Golden-, Mul-, Goji-) che hanno un gusto piacevole possono essere consumate tali e quali. Diverso è il discorso per semi e farine (come Chia, Flaxseed, Maca, Moringa, Alghe, ecc.) che costituiscono solo ingredienti per preparazioni solide o liquide (paste, pani, smoothie, yogurt ecc.) e dunque implicano l’apporto di una nuova e più ampia cultura di consumo (che potrebbe essere creata, al pari degli Stati Uniti, dai distributori stessi).

 

In sintesi, solo il 5% conosce (per averli consumati)* almeno la metà dei 24 prodotti citati dalla nostra indagine. I dati più consistenti si riscontrano per: Ginger (55%), Aloe Vera (48%), Curcuma (39%). Al di sotto del 20% si collocano i restanti 21 superfrutti oggetto dell’indagine.

Valori % (Base: Panel famiglie Amagi & ForSurvey)

 

Altri prodotti (come Noni, Baobab, Guanabana, ecc., che all’estero costituiscono già importanti nicchie di mercato) risultano invece pressoché sconosciuti in Italia, sebbene oggetto di audaci (e infruttuose) iniziative di marketing.

 

Questo dato, d’altro canto, discende dall’assenza nelle strutture della GDO di un reparto di Supplementi e Integratori paragonabile a ciò che (da tempo) è capillarmente diffuso nei supermercati grandi e piccoli del mondo anglosassone.

 

Per ulteriori informazioni su questa ricerca: info@amagi.it

* Secondo le risultanze della metodologia Argos, peraltro, la dichiarazione di conoscenza non corrisponde totalmente alla reale (avvenuta) esperienza di consumo.

 

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