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Prodotti BIO: più pensati che mangiati

Parlando di prodotti biologici, aldilà della dimensione del giro d'affari complessivo (alquanto ambigua, a seconda delle definizioni), ciò che conta realmente è piuttosto la loro “share of mind”. In altre parole, gli italiani “pensano” i cibi biologici ancor più che acquistarli e consumarli. La “filosofia” del biologico sottintende un auspicato ritorno alla ruralità, una riscoperta molto intellettualizzata di alimenti dimenticati, di specifiche vocazioni del proprio territorio e una nostalgia per il ritmo perduto delle stagioni.

 

Parliamo allora di un’evoluzione rapida e confusa di un nuovo concetto di “qualità” che porta il concetto di “biologico” a corrispondere con quello più tradizionale e generico di “genuino”. Tuttavia, decine e decine di casi dimostrano che questo passaggio logico non è risolutivo. Se ad esempio le carote bio sono esenti da tracce di pesticidi diserbanti, non è da escludere che la loro carica di nitrati possa essere superiore a quelle delle coltivazioni non bio. Decisamente problematica è poi la traduzione di questo statuto per prodotti di lontana provenienza quali caffè, spezie, erbe medicinali, ecc. che giungono sino a noi attraverso vari canali.

 

Certo è che, in Italia, la “rivoluzione Bio” ha assunto atteggiamenti moderati che non implicano l’abbandono di una cucina tradizionale e l’aspirazione al piacere della tavola, come accade invece nei movimenti più settari e ortodossi di altri paesi. Coloro (e potenzialmente sono tanti) che dichiarano di preferire il bio – fatto salvo l'unico ostacolo del prezzo – restano, a loro dire, comunque dei buongustai. La graduatoria delle loro preferenze gastronomiche non si discosta infatti dalla media ed essi non sostengono a priori un antagonismo vero e proprio tra vecchia e nuova cucina.

 

Da ultimo, il principale limite del biologico consiste nell’asimmetria della sua offerta. Se l’offerta di frutta e vegetali freschi o conservati si presenta vasta e ben distribuita, l’offerta di carni risulta molto meno sviluppata: ad eccezione delle uova e del pollame, una sistematica produzione biologica di carne bovina o suina non è impresa banale. Ancor meno chiara è la situazione del settore ittico. 

 

Si può cogliere invece una relazione piuttosto stretta tra biologismo e vegetarianesimo, la qualcosa rivela un’origine e componenti ideologiche piuttosto evidenti. Interessanti sono poi le preferenze (ordinate in graduatoria) per certi prodotti biologici rispetto ad altri. Il tutto rivela l’irrazionalità di consumatori che, se mostrassero una razionalità oggettiva, dovrebbero esigere ovviamente una certificazione biologica per tutti i generi alimentari! Al contrario, la loro attenzione si concentra ad esempio su frutta e carni rosse piuttosto che su succhi di frutta, spezie e salumi, sulla pasta e i biscotti anziché sui cereali da prima colazione.

 

In conclusione, la decodifica del rapporto tra consumatori contemporanei e prodotti biologici è ben lontana dall’essere conclusa e rivela quella frammistione di idee spesso contraddittorie a cui si è fatto continuamente cenno nell’ambito delle nostre ricerche.

 

Per ulteriori informazioni: info@amagi.it

 

 

 

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